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La storia - Dalla liberazione ai giorni nostri

Gli “Affari Riservati” nel dopoguerra

Affari riservatiIl 16 aprile 1946, dalle colonne del periodico anarchico "Umanità Nuova" partì una vibrata protesta per la sopravvivenza del Casellario Politico Centrale nonostante la caduta del fascismo e la riconquista delle libertà democratiche.

In effetti, subito dopo la liberazione ed a seguito del D.L.L. 26 aprile 1945 che prevedeva sanzioni a carico di ex fascisti pericolosi, si decise di non dismettere il CPC ma di adeguarlo alle nuove esigenze. A questo scopo, la Direzione Generale della P.S. emanò una circolare, disponendo che fossero segnalati al Casellario "tutti coloro i quali, per la loro attività politica, tendono a violare le disposizioni legislative emanate dallo Stato democratico contro il neo-fascismo; gli anarchici attivi, i quali, per definizione, sono contrari ad ogni legge ed organizzazione di Stato ed i violenti politici, cioè gli individui che, per attuare le loro idee politiche, non sentono alcun freno morale e legale e si inducono a commettere azioni antisociali, come attentati individuali o terroristici, o a provocare, con deliberato proposito, gravi disordini".

Sull'argomento ritorna nel 1947 il quotidiano "Italia Nuova" sostenendo che per il Ministero dell'Interno seguitavano a valere i principi della polizia segreta fascista.

Agli articoli di stampa seguirono le interrogazioni parlamentari.

La Direzione Generale della P.S. avvertì il rischio e ritornò sull'argomento del CPC con una circolare ai questori, sottolineando che le iscrizioni al casellario non dovevano essere ispirate a criteri persecutori, ma andavano rigorosamente limitate a quei soggetti che non certo per la semplice militanza in un partito politico, ma per ben più circostanziati indizi potevano costituire "un pericolo per lo Stato democratico e per l'ordinamento giuridico interno".

Ma quali conseguenze aveva avuto nell'immediato, la "liberazione" sugli apparati della Direzione Generale della P.S.?

In un trafiletto comparso sul quotidiano "Il Tempo" del 6.11.1946 si legge:

"S.I.S. - che cosa significa questa sigla? Niente sforzi mentali e compressioni di meningi. Si tratta del Servizio Informazioni Speciali che ha ripreso in pieno a funzionare presso la Direzione Generale di P.S., dopo la ricostituzione della divisione della polizia politica, sciolta - come si ricorderà - dagli alleati al loro arrivo a Roma, e ridotta poi a semplice sezione alle dipendenze della Divisione generale affari riservati. Oggi il S.I.S. ha al posto di Leto l'ottimo ispettore generale Santoro con tutta l'impalcatura dell' "Ovra" e con quasi tutti gli ex funzionari della famigerata organizzazione del tempo della tirannide. Un sola piccola variante: i confidenti non riferiscono più sull'antifascismo di tizio o di caio ma sul viceversa. Piccole sfumature".

Il Capo della Polizia Luigi Ferrari replicò con una lettera personale datata 29.11.46 al direttore de "Il Tempo" Angiolillo che il S.I.S. (Servizio Informazioni Speciali ) "lungi dall'essere il tenebroso ed antidemocratico organo del giornale descritto, non è che l'equivalente centrale degli uffici politici delle questure". Nella sua lettera Ferrari affermava poi con vigore che la sua integrità morale mai gli avrebbe consentito di "tornare ai sistemi ed alle gesta dell'OVRA", tanto più che era noto che la Divisione Polizia Politica era stata, prosegue la nota, "soppressa nei compiti e nel personale addetto".

Da carteggi che si riferiscono a quel periodo si rileva che la Divisione S.I.S. venne costituita nel febbraio 1946, quando Ministro dell'Interno era il socialista Giuseppe Romita, nell'ambito di una riorganizzazione dei settori nevralgici della Direzione Generale di P.S., determinata da intenzioni sicuramente autentiche di rinnovamento democratico dei nodi istituzionali più sensibili.

Si era poi determinato in quelle concitate fasi di avvio di nuovi assetti, un ovvio sbandamento nelle fila della polizia politica, al quale bisognava pur rimediare.

Le naturali reazioni contro l'apparato repressivo del periodo fascista di quanti (partiti politici e singoli militanti) avevano dovuto subire per lunghi anni persecuzioni, e poi la pubblicazione delle liste dell'OVRA avevano determinato una certa paralisi del settore, sia al centro che in periferia, talora con timori eccessivi e lagnanze strumentali da parte di funzionari ed agenti, i quali assumevano di non sentirsela di intraprendere una attività, per la quale i loro predecessori avevano dovuto subire sanzioni anche molto gravi. I propositi di rinnovamento si tradussero però in una operazione più di facciata che di sostanza: con una manovra tipicamente "ministeriale", i poteri di investigazione politica furono travasati dalla Divisione Affari Generali e Riservati - che seguitò ad esistere ed operare - in un organismo creato ad hoc e cioè nel S.I.S..

Risulta che i rapporti tra i due organismi, nel breve arco di tempo in cui operò il S.I.S. non furono esenti da screzi e rivalità.

Mentre da un lato si diceva, infatti, che la creazione del S.I.S. si era resa necessaria per sgravare la Divisione A.G.R. di parte del lavoro che su di essa incombeva all'indomani della "Liberazione" e per garantire agli Uffici Politici delle Questure una adeguata azione di coordinamento e indirizzo, dall'altra i vertici della Divisione A.G.R. tentavano invece di mantenere i propri poteri di polizia politica, sostenendo che la differenza tra i due organismi doveva essere solo di metodo e mezzi: la vecchia struttura avrebbe potuto, quindi, continuare ad avvalersi degli organi ordinari di polizia (gli Uffici Politici), mentre il S.I.S. avrebbe dovuto investigare con propri mezzi in quegli spazi dove gli altri non avevano potuto spingersi.

Di fatto, la competenza del S.I.S. venne definita come segue: casellario politico centrale; confinati ed ammoniti politici; internati politici; illeciti arricchimenti, affarismo e repressione traffico clandestino di preziosi e valute, borsa nera; trattazione di reclami diretti a personalità di governo; informazioni urgenti e riservate.

Il S.I.S., come si è detto, ebbe vita breve e già nel 1948 venne sostituito da una Divisione Affari Riservati definitivamente svincolata dagli "Affari Generali" e dipendente direttamente dal Capo della Polizia. La direzione dell'organismo fu affidata a Gesualdo Barletta, che aveva fatto parte dell'OVRA e che chiamò accanto a sé funzionari e collaboratori della stessa origine. Barletta resterà in sella fino al 1958.

Giuseppe De Lutiis, uno dei maggiori studiosi dei nostri servizi segreti e della polizia politica, rileva come la nomina di Barletta avvenne "nell'ambito di una colossale opera di restaurazione cominciata da Romita e completata da Scelba".

Non v'è dunque da meravigliarsi se nella polizia dell'epoca continuavano a praticarsi metodi del passato regime.

Franzinelli, nell'opera già citata, sintetizza in maniera molto incisiva la situazione di questa delicata fase di transizione: "Il rapporto intercorso negli anni 1944-47 tra la vecchia struttura repressiva fascista e il costituendo apparato di polizia politica dell'Italia democratica si differenzia in tre momenti: a) un primo tempo inevitabilmente segnato dalla frattura, dato lo stato di guerra esistente tra governo monarchico e Repubblica sociale; b) una fase transitoria di riassorbimento dello scontro in una forma di "discontinuità", con un'epurazione superficiale e caduca; c) un periodo contraddistinto dalla riemersione trasformistica di funzionari e di metodi del regime, adattati al diverso contesto politico. La terza fase si poté realizzare grazie all'assenza di una radicale riforma della polizia e sotto il condizionamento della guerra fredda".

Gli “Affari Riservati” cambiano nome: SIGSI (1970)

Roma: una manifestazioneUna ulteriore impennata di metodi più consoni ad uno stato di polizia che ad un regime democratico si realizza nel biennio '58 - �60, prima ad opera degli "Affari riservati" del Ministero dell'Interno, che creano, pare anche per condizionamenti della Cia, una rete occulta a fini di controllo delle sinistre, e poi ad opera del SIFAR, con la ben nota schedatura di massa che la Commissione Beolchini costituita nel 1968 accertò riguardare parlamentari, sindacalisti e uomini politici in genere, ma anche industriali, funzionari di vari settori e perfino sacerdoti.
Molto è stato scritto e molto vi sarebbe forse da scoprire ancora di quegli anni tumultuosi, ma, come si è detto nella premessa, lo scopo di questo scritto è di evidenziare per quanto è possibile l'evoluzione della "polizia politica", prendendosi la libertà di saltare tra i fatti della storia, per richiamare fugacemente solo quelli che sembrano più funzionali allo scopo.
E ciò anche quando altri fatti qui non richiamati hanno avuto ripercussioni gravissime sull'ordine pubblico, come nel caso del governo Tambroni o si sono tradotti in tentativi golpisti ("piano Solo" del 1964).
Ma in questa fugacità e discontinuità di approccio a fatti e persone v'è anche lo scrupolo di non voler esprimere giudizi su questioni ancora di notevole rilevanza nel dibattito politico.
La seconda metà del decennio '60 - '70 è stata dominata da una conflittualità a trecentosessanta gradi, che ha indotto a definire quel periodo "stagione dei movimenti": da quello degli studenti a quello delle donne, dei sacerdoti, dei poliziotti, dei "proletari in divisa" etc. Fino a che la "contestazione al sistema", sempre più diffusa, non approderà al terrorismo.
La prima drammatica comparsa del terrorismo è, però, antitetica rispetto alle spinte eversive che provenivano dal "sessantotto": Piazza Fontana (12 dicembre 1969) segna infatti l'inizio di quel fenomeno particolarmente odioso e purtroppo ricorrente, sotto varie forme e con collusioni diverse, in questo trentennio che è lo stragismo, oscura minaccia sempre in agguato che fa dell'Italia un caso a sé, almeno nel contesto dei Paesi più avanzati, perché qui, contrariamente a quanto avviene altrove, ne rimangono tuttora non completamente disvelate le responsabilità ed i fini, sia che si tratti di episodi risalenti agli anni della cosiddetta "strategia della tensione", sia di eventi più recenti come le stragi mafiose dal �92-'93.
Il terrorismo delle organizzazioni neofasciste e neonaziste, che in alcuni casi si è rivelato parallelo e colluso con lo stragismo, si è manifestato contestualmente in maniera più univoca con agguati ed omicidi di singole persone (magistrati, esponenti delle forze dell'ordine, pentiti), rivendicati nel tempo con sigle diverse (la più tristemente nota è quella dei N.A.R. - Nuclei Armati Rivoluzionari).
Sul fronte opposto, le Brigate Rosse e le altre organizzazioni che hanno praticato la "lotta armata" in chiave marxista-leninista costituiscono certamente un fenomeno più decifrabile, con radici storiche ben definite e quanto rimane ancora di sommerso anche in questo campo è forse da farsi risalire più che ad improbabili regie occulte, a tentativi di strumentalizzazione della lotta armata da parte di alcuni servizi segreti stranieri o a progetti di speculazione politica.
Osservava giustamente Bocca alcuni anni fa che chiunque tenti di andare alle radici del terrorismo nostrano e cioè di individuarne le cause, finisce per suscitare l'irritazione dei "grandi partiti di massa", per i quali esso "deve rimanere come un corpo estraneo, una diabolica scheggia finita non si sa come a disturbare i loro massimi sistemi".
Bocca non rinuncia a questo tentativo e individua quattro fondamentali "filoni di ragioni sentimentali e politiche, caratteriali e culturali" che possono aver indotto "un'avanguardia" giovanile a passare dall'uso delle armi della critica alla critica delle armi: la minaccia di golpe, incombente tra il 1965 ed il 1970, la "tradizione di violenza politica" che avrebbe caratterizzato il movimento operaio e contadino, la svolta del partito comunista e cioè il progressivo abbandono dell'ipotesi rivoluzionaria e, infine, la tradizione partigiana.
Di questi quattro fattori, ci pare che solo il primo e cioè il timore della minaccia di golpe abbia una sua autonomia storica e causale, mentre gli altri tre siano insiti nella evoluzione della lotta di classe in Italia.
La paura di una brusca sterzata autoritaria di stile greco era senza dubbio diffusa in quel periodo in tutta la sinistra italiana.
Sospetti e timori divennero ossessiva certezza per Giangiacomo Feltrinelli e l'invito a prepararsi alla "resistenza organizzata" ricorre esplicito in alcuni suoi opuscoli del 1969 ("Persiste la minaccia di un colpo di stato in Italia" e "Estate 1969") e precede di poco la scelta della clandestinità e della lotta armata con la costituzione dei G.A.P..
Ma l'Italia è stata anche teatro, e in un lungo arco di tempo, di azioni di terrorismo internazionale: da quello delle organizzazioni radicali palestinesi negli anni '70 ed '80, a quello di matrice "armena" contro obiettivi turchi. L'attentato al Papa (1981) è, del resto, l'esempio più sconvolgente di quale rischi il nostro Paese abbia attraversato e delle trame internazionali che hanno interessato la nostra storia più recente .
Mentre, dunque, il terrorismo stava iniziando la sua paurosa ascesa, altre trasformazioni avvenivano negli apparati della sicurezza: con ordinanza del Capo della Polizia del 24.11.70, la Divisione A.R. aveva assunto il nome di Servizio Informazioni Generali e Sicurezza Interna (SIGSI), i cui terminali sul territorio rimanevano gli "Uffici Politici" delle Questure. Si trattava di una organizzazione e di un modulo di lavoro molto più assimilabile a quelli di un servizio di intelligence che di un organismo di polizia, basati sulla ben nota tradizione fatta di attività prevalentemente informative attente ai "desiderata" non solo del Governo ma anche dei partiti più autorevoli, in un rapporto quindi molto stretto e spesso "complice" con gli affari della politica e poco incline alla persecuzione dei reati e come tale scarsamente interattivo rispetto alla magistratura.
Sotto quest'ultimo profilo v'è da rammentare del resto che la normativa dell'epoca lasciava ampi spazi all'autonomia della polizia e non prevedeva il pressoché totale assoggettamento della polizia giudiziaria ai pubblici ministeri come accade ora.
Né era ipotizzabile che anche le questioni di sicurezza e di ordine pubblico potessero essere oggetto d'interesse e di intervento della magistratura inquirente, secondo una prassi dilagata in questi ultimi anni, talora anche al di là delle intenzioni del legislatore.
Se quindi nelle carte di quegli anni si ritrovavano notizie che non furono oggetto di riferimento all'A.G., come si è rilevato in occasione dell'inchiesta sull'archivio deposito degli AA.RR. della Circonvallazione Appia (se ne parlerà ancora più avanti), non bisogna necessariamente sposare, a priori, tesi accusatorie e occorre, in ogni caso, rapportarsi a quel determinato contesto storico.
Certamente oggi la polizia giudiziaria non è legittimata a decidere quali elementi siano da riferire all'A.G. perché ritenuti rilevanti rispetto al procedimento penale e quali no, essendo tale potere di valutazione rimesso al pubblico ministero, cui viene riferito spesso acriticamente tutto ciò che può avere attinenza con quella notizia criminis.
Ma allora non era così e la linea di demarcazione tra attività di polizia e attività giurisdizionale era molto più netta, specie quando si trattava di questioni di sicurezza nazionale e di difesa dell' "ordine costituito".
Sarebbe inappropriato ed inopportuno in questa sede esprimere giudizi sull'operato degli "affari riservati" dei primi anni '70 e sullo stile di lavoro di quel personaggio certamente di rilievo che fu Umberto Federico d'Amato che vi militò per lunghi anni e li diresse dal 1971 fino alla loro soppressione.
Di certo, a fronte del dilagare del terrorismo gli A.R. e gli "Uffici politici" rivelarono significative carenze sotto il profilo informativo e d'analisi del fenomeno, ma si dimostrano ancor di più a disagio dal punto d vista investigativo ed operativo.

L’antiterrorismo di Santillo (1974-1978)

Era necessario dare delle risposte e nel 1974, dopo la strage di Piazza della Loggia a Brescia, Taviani, allora Ministro dell'Interno, sostituì gli "affari riservati" con l' "Ispettorato per l'azione contro il terrorismo", affidandolo ad Emilio Santillo (la struttura verrà poi ribattezzata da Cossiga, senza alcuna sostanziale modifica, "Servizio di Sicurezza").

Santillo che era consapevole della limitata valenza operativa degli Uffici Politici, li affiancò nei capoluoghi di Regione, con nuclei di 20-30 elementi comandati da un commissario, che rispondeva direttamente al Centro.

I nuclei quindi, pur dislocati presso le Questure, godevano di larga autonomia e non erano appesantiti dai molti servizi ordinari e dalle mansioni burocratiche di cui i Questori erano soliti caricare gli "uffici politici".

V'erano altri vantaggi oltre a quelli appena elencati: la funzione di raccordo informativo ed operativo che i nuclei svolgevano in campo regionale tra gli uffici politici; la estrema mobilità in campo nazionale grazie ad una maggiore disponibilità di mezzi e supporti tecnici (va dato atto che solo grazie a Santillo il personale addetto all'antiterrorismo fu dotato di vetture, motociclette, armi, giubbetti antiproiettili e mezzi di comunicazione adeguati allo scopo); l'incentivazione del personale anche attraverso un trattamento economico migliore, il dialogo quotidiano tra Centro e cioè l'ufficio di Santillo presso il Viminale e i nuclei, senza l'intermediazione dei questori o dei prefetti.

Ma queste innovazioni oltre ad effetti positivi causarono diverse sfasature; alcune tutto sommato di poco conto e dovute all'inesperienza nello specifico settore della lotta al terrorismo, e tali comunque da poter essere corrette nel tempo.

Altri erano invece difetti di fondo e cioè di impostazione e di metodo: dal punto di vista informativo (acquisizione delle notizie, archivi, schedari, fascicoli e, insomma, memoria storica) i nuclei, ultimi arrivati nella polizia "politica", erano ovviamente parassitari rispetto agli "uffici politici" e questo "stato di dipendenza" giuocò un ruolo rilevante nel loro declino.

L'organismo speciale e straordinario non ha mai avuto fortuna nel contesto eterogeneo del Ministero dell'Interno ed è stato sempre fagocitato delle strutture ordinarie, consolidatesi faticosamente negli anni attraverso mille peripezie burocratico-amministrative. I capi degli uffici politici e più ancora i Questori non potevano tollerare che nel loro ambito agisse un organismo che ne vanificasse l'autorità in un settore tanto importante, colloquiando direttamente coi massimi vertici del Ministero.

E così, passata l'ondata di successo e cioè la vittoriosa campagna contro i NAP (Nuclei Armati Proletari)e le formazioni terroristiche neofasciste, l'organizzazione di Santillo finì i suoi giorni in silenzio ed in maniera indolore, risucchiata in quella riforma del settore della sicurezza di cui si parlerà tra poco.

Intanto, a dispetto di tutto erano oggettivamente emerse due verità: da un lato era indubbio che i metodi degli "uffici politici" avevano fatto il loro tempo; dall'altro l'esperienza dei nuclei aveva evidenziato che rispondere alla sfida del terrorismo creando organismi straordinari, in aggiunta a quelli esistenti, provocava guasti non trascurabili ed, in ogni caso, non era assolutamente conveniente separare il momento conoscitivo del fenomeno (e cioè l'informazione quotidiana, la raccolta dei dati, la loro catalogazione) dal momento investigativo ed operativo.

Di fatto, si arrivò alla fine del 1977 in condizioni di smarrimento a fronte delle diverse minacce che incombevano sul Paese, ma anche di scarso apprezzamento della reale portata di progettualità terroristiche chiaramente enunciate come fu nel caso delle Brigate Rosse: pochi ne avevano letto con attenzione i documenti, che si preferiva definire "deliranti".

La riforma dei Servizi e la creazione dell’UCIGOS e delle Digos (1978)

Milano: Un autonomo durante i disordini del 1977Venne promulgata in questo scorcio di tempo la legge 801 (24 ottobre 1977) nella speranza di scongiurare per il futuro le "disfunzioni" dei vecchi Servizi Segreti (Sifar poi ribattezzato SID). La nuova legge ne istituì due: il Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica (Sisde) ed il Servizio per le informazioni e la sicurezza militare (Sismi), il cui coordinamento fu affidato ad un organo alle dirette dipendenze del Consiglio dei Ministri e cioè il Comitato Esecutivo per i Servizi di informazione e sicurezza.

Ai nostri fini è invece da rilevare che l'art. 9 prevede da una parte l'obbligo dei direttori dei due Servizi di "fornire ai competenti organi di polizia giudiziaria le informazioni e gli elementi di prova relativi a fatti configurabili come reati"; dall'altra l'obbligo degli agenti ed ufficiali di polizia giudiziaria di "fornire ogni possibile cooperazione agli agenti dei Servizi".

L'esigenza di assicurare tale collaborazione fu colta da Cossiga, allora Ministro dell'Interno, come occasione per riorganizzare, nello specifico settore, la Direzione Generale della P.S.: il Servizio di Sicurezza di Santillo venne sostituito dall'Ufficio Centrale per le Investigazioni Generali e le Operazioni Speciali (UCIGOS) che si articolava a livello periferico in Divisioni Investigazioni Generali ed Operazioni Speciali (DIGOS) nelle Questure capoluogo di Regione e in Uffici Investigazioni Generali ed Operazioni Speciali (UIGOS) nelle altre.

Scomparvero, di conseguenza, gli "Uffici Politici" ed ovviamente i "Nuclei".

Il lungimirante "colpo di mano" del Ministro dell'Interno avvenne attraverso un decreto che porta la data 31 gennaio 1978 e che motivò le profonde innovazioni di cui si è fatto cenno con "la necessità, in dipendenza della istituzione dei Servizi di informazioni e sicurezza e della soppressione del Servizio di Sicurezza, di procedere al riordinamento degli uffici centrali e periferici dell'Amministrazione della Pubblica Sicurezza".

Tale era la situazione alla vigilia del sequestro dell'On. Moro. E cioè: i neonati servizi segreti stavano tentando di risolvere i primi problemi di ordine organizzativo e logistico senza aver avuto nemmeno il tempo di orientarsi nella loro nuova identità; gli apparati antiterrorismo della Polizia, anch'essi profondamente innovati, trovavano oggettive difficoltà di avvio e incontravano le solite sotterranee resistenze delle vecchie mentalità ad un metodo di lavoro, che richiedeva il coraggio di stare in prima linea. Di fatto, le Digos, in questa prima fase, non sono altro che i vecchi uffici politici con l'aggiunta di quello che era avanzato, in uomini e mezzi, dei nuclei.

Al vertice, l'Ucigos, stando sempre al decreto, oltre ad assicurare la funzione di collegamento con i Servizi Segreti, espleta "funzioni di polizia di sicurezza e di polizia giudiziaria per la tutela della sicurezza dello Stato e per la lotta al terrorismo ed alla sovversione, anche coordinando le attività degli organi territoriali".

Le funzioni ed i compiti non solo dell'Ucigos ma dell'intera nuova struttura (Digos e Uigos) vengono ulteriormente precisate nell'art. 3 del decreto: raccolta delle informazioni relative alla situazione generale, anche ai fini della prevenzione dell'ordine pubblico; investigazioni per la prevenzione e la repressione dei reati contro la personalità interna ed internazionale dello Stato e contro l'ordine pubblico, dai reati di terrorismo a quelli di natura politica, in genere; compimento dei relativi atti di polizia giudiziaria e supporto operativo ai Servizi Segreti (v. il testo del decreto in appendice).

La legge di riforma della Polizia (121/81) ha mutato la denominazione dell'Ucigos in quella odierna e cioè Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione, mentre l'organigramma interno fu ridisegnato dai decreti ministeriali del 16.10.1984 e del 1.12.86, senza sostanziali variazioni delle competenze della struttura e delle sue propagini sul territorio (col venire meno di un iniziale potere di coordinamento delle Digos rispetto agli Uigos è caduta anche questa distinzione di denominazione, sicchè ora tutti gli uffici periferici che compongono il sistema anzidetto si chiamano Digos).

E' necessario ora indicare, sia pure sommariamente, quali erano le strutture antiterrorismo dell'Arma dei Carabinieri: si chiamavano Sezioni Speciali Anticrimine e furono istituite nell'ottobre del 1975 nelle città più interessate dal terrorismo rosso.

Padova: 1983 Fu previsto fin dall'inizio che dell'eversione di opposto segno le sezioni si dovessero interessare di supporto agli organi territoriali. Avvertita ben presto l'esigenza di coordinamento delle Sezioni, si pensò in un primo momento di risolvere il problema affidando tale compito ad appositi comandi istituiti presso le Divisioni di Milano, Roma e Napoli. Ma questa triplice direzione non si dimostrò adeguata e le Sezioni furono inglobate nei Nuclei Investigativi, (poi ribattezzati Reparti Operativi) esistenti in ogni Gruppo Carabinieri (vale a dire in ogni provincia).

Va detto che alcune di queste Sezioni (specie quelle di Milano e di Torino) avevano maturato una certa professionalità specifica, portando a segno, come si è già evidenziato, fin dal 1974 alcune operazioni complesse e abilmente costruite contro i capi delle B.R.

Rispetto alle nascenti Digos, quindi, le Sezioni "antiterrorismo" dei Carabinieri avevano il vantaggio di una esperienza investigativa già collaudata, competenze molto circoscritte che favorivano la specializzazione, una migliore tutela della loro "specialità" da parte del Comando Generale dell'Arma e, infine, una certa selezione del personale da adibire al difficile compito.

La vicenda Moro aveva dunque fatto emergere in tutta la loro drammaticità anche le sostanziali carenze degli organi di prevenzione e sicurezza e ciò indusse Andreotti e Rognoni ad affidare nell'agosto del 1978 al Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa il compito di intraprendere una valida azione antiterrorismo a livello nazionale e con tutti gli strumenti consentiti.

Nel calare in concreto l'atipico mandato che parlava di "compiti speciali" sui quali Dalla Chiesa doveva riferire direttamente al Ministro dell'Interno, si cercò di salvare le apparenze mostrando la volontà di creare una struttura interforze, ma di fatto pochi furono gli elementi della P.S. chiamati a collaborare e ancor meno quelli della Guardia di Finanza.

In realtà non venne saggiamente creato alcun organismo in aggiunta a quelli esistenti, perché furono messe a disposizione di Dalla Chiesa le Sezioni Speciali Anticrimine, di cui si è parlato e cioè unità investigative già esistenti e specializzate nella lotta al terrorismo di sinistra.

Questi erano dunque gli apparati della Polizia e dei Carabinieri che condussero con successo la lotta al terrorismo, superando le iniziali difficoltà.


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