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Interventi e interviste

Interventi - Altri ministri e sottosegretari precedenti

15.12.2005

I rischi di ulteriori violenze in Val di Susa e altrove non sono scongiurati: le Forze dell'ordine e i Servizi di informazione, ha riferito il Ministro dell'Interno Pisanu al Parlamento, terranno alta la vigilanza e prudente la loro condotta



CAMERA DEI DEPUTATI - SENATO DELLA REPUBBLICA
Commissioni Affari Costituzionali Riunite
Seduta del 15 dicembre 2005

Comunicazioni del Ministro dell'Interno
On. Giuseppe PISANU
sulla situazione in Val di Susa


Signor Presidente, Onorevoli Colleghi,

 rendo queste comunicazioni a distanza di una decina di giorni dai fatti che le hanno originate, ma il ritardo, dovuto a problemi di agenda, non  è del tutto negativo: il tempo trascorso e, soprattutto, l'importanza degli sviluppi successivi, mi consentono ora di informare il Parlamento in maniera sufficientemente ampia.

 Per contenere i tempi del mio rapporto ho predisposto un fascicolo di documentazione che, con il consenso del Presidente, vorrei lasciare agli atti.

Il rischio che la protesta della Val di Susa potesse degenerare da un momento all'altro mi è apparso chiaro già a fine novembre, come dimostra  la sequenza dei passi ufficiali che ho compiuto a partire dal Consiglio dei Ministri del 2 dicembre scorso: per ripercorrerla è sufficiente rileggere i comunicati-stampa della Presidenza del Consiglio e del Viminale, che potete trovare nella documentazione allegata.

In particolare, rappresentai al Consiglio dei Ministri l'esigenza di rispondere positivamente alle forti e diffuse preoccupazioni dei cittadini della Val di Susa; e per quanto più direttamente mi competeva, denunciai l'esistenza - cito testualmente - di "una miscela preoccupante di legittima protesta popolare, speculazione politica ed intrusioni eversive che rischia di esplodere da un giorno all'altro".

Prima di allora c'era stata infatti una lunga fase di incubazione, analiticamente ricostruita nel fascicolo: creazione dei Comitati NO TAV, manifestazioni di protesta, presidi, blocchi stradali e ferroviari, ripetute aggressioni alle Forze di Polizia e danneggiamenti dei loro mezzi, falsi pacchi bomba, atti intimidatori e minacce di vario genere nei confronti di esponenti politici ed appartenenti alle Forze dell'ordine.

Da questo crescendo di eventi è emerso con chiarezza l'attivismo dei gruppi estremisti: dai centri sociali, agli antagonisti, all'area anarco-insurrezionalista e anarco-squatter. Questi gruppi hanno nella Val di Susa predecessori ben noti: ricordo la colonna di "Prima Linea" degli anni Settanta, i cui reduci sono oggi impegnati nella mobilitazione NO TAV; e l'organizzazione anarchica dei cosiddetti "Lupi Grigi", smantellata sette anni fa, il cui principale animatore è oggi tornato in libertà.
         
 
Numerosi segnali facevano dunque temere l'intrusione di gruppi eversivi sempre più minacciosi e in grado di sottrarre la protesta  agli organizzatori principali per deviarla verso esiti violenti.

Perciò mi sembrava poco probabile che le preannunziate manifestazioni popolari potessero svolgersi alla stessa maniera delle altre ventimila che le avevano precedute in tutta Italia negli ultimi due anni e mezzo.

Con queste preoccupazioni si arrivò alla notte tra il 5 e il 6 dicembre quando, dopo attente analisi e qualche riservata consultazione in sede locale, fu deciso l'intervento delle Forze dell'Ordine.

Esso aveva due precisi obiettivi. Il primo era quello di ripristinare le condizioni minime di legalità nel cantiere TAV di Venaus e, su questa base, rilanciare il dialogo con le istituzioni locali della valle. Il secondo era quello di bloccare la deriva estremista, prima che si estendesse alla città di Torino e alle Olimpiadi invernali.

Ma veniamo ai fatti.

Il 6 dicembre 2005, alle 3.30 del mattino, le Forze dell'ordine hanno sgombrato l'area destinata al cantiere TAV di Venaus, allontanando circa 200 manifestanti e rimuovendo le due barricate costruite nei giorni precedenti per impedire le operazioni di esproprio.

Si è scelta l'ora di minor presenza dei manifestanti per ridurre al minimo il rischio della contrapposizione.

Ho già dichiarato, e lo ripeto qui al Parlamento, che in quella circostanza le Forze dell'ordine non hanno effettuato alcuna carica. Negli inevitabili contatti col presidio NO TAV sono rimasti coinvolti due foto-operatori e si sono avuti contusi e lievi feriti da entrambe le parti; una persona è stata denunciata per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni.

Questo intervento ha suscitato la violenta reazione dei comitati NO TAV. La protesta si è in breve estesa a tutta la valle con blocchi stradali, autostradali, ferroviari ed aggressioni alle Forze dell'ordine.

A seguito di questi episodi, sono stati deferiti all'Autorità giudiziaria tre manifestanti e identificati sei militanti dell'area antagonista torinese.

Nella stessa mattinata, presso il Super Olympic Store di Piazza Vittorio Veneto a Torino, sono stati rinvenuti tre striscioni contro la realizzazione della linea ferroviaria, verosimilmente affissi dai movimenti antagonisti del capoluogo. Uno di essi recava la fotografia del Procuratore Aggiunto della Repubblica di Torino, dott. Maurizio Laudi.

Alle ore 11.00 circa, davanti alla Prefettura si è svolto un sit-in che ha dato origine ad un corteo conclusosi alla Stazione ferroviaria di Porta Nuova. Qui circa 600 manifestanti hanno occupato i binari, costringendo così la società Trenitalia a sospendere il traffico ferroviario per un'ora.

I dimostranti si sono poi diretti a Piazza Castello, ove hanno danneggiato alcune auto, fra cui quella del Presidente della Regione Piemonte, On. Mercedes Bresso.

Nel corso della giornata, il centralino della Regione ha ricevuto due telefonate anonime di minaccia all'on. Bresso, nelle quali si faceva riferimento alle prossime Olimpiadi Invernali.

Infine, attorno alle 20.00, circa 500 persone hanno manifestato davanti alla Prefettura, scandendo slogan contro l'Alta velocità e la  Polizia di Stato. Si è poi formato un corteo che ha attraversato il centro della città, compiendo azioni violente nei confronti delle Forze dell'ordine e danneggiando alcuni istituti di credito e la struttura olimpica di Piazza Solferino.

A seguito di questi fatti, 25 persone sono state deferite all'Autorità giudiziaria.

Nello stesso giorno, iniziative di protesta e di solidarietà al movimento Anti-Tav si sono svolte anche a Roma, Venezia, Trieste, Udine, Pordenone, Brescia, Siena, Arezzo, Grosseto, L'Aquila, Chieti e Napoli.

Tra il 6 e l'8 dicembre, inoltre, ambienti antagonisti hanno lanciato via internet numerosi messaggi a sostegno delle proteste.

Nella mattina dell'8 dicembre, a Susa, ha avuto luogo un corteo con la partecipazione di circa 30.000 persone, tra le quali un migliaio di aderenti ai movimenti antagonisti locali e di altre città, come  Milano, Roma, Genova, Pisa, Livorno, Brescia e Rovereto.

Alle 11.00 circa, quando la testa del corteo è arrivata al così detto "Bivio passeggeri", presidiato dalle Forze dell'ordine, alcuni appartenenti ai centri sociali hanno tentato per due volte, senza riuscirvi, di forzare il cordone di sicurezza, lanciando biglie, sassi ed altri oggetti contundenti.

Successivamente, grazie alla mediazione fra i responsabili dell'ordine pubblico e taluni esponenti politici, si è consentito il transito di un container da adibire a presidio del cantiere e di una delegazione composta da alcune centinaia di persone.

Il corteo ha proseguito la sua marcia lungo la statale per il Moncenisio, frammentandosi poi in numerosi gruppi che, a mezzogiorno, raggiungevano il cantiere percorrendo diversi sentieri. Un'ora dopo un consistente gruppo di anarco-insurrezionalisti e black-block a volto coperto è riuscito a sfondare la recinzione e ad entrare nel terreno espropriato.

Le Forze dell'ordine, pressate dalla massiccia avanzata del corteo e bersagliate da una fitta sassaiola, hanno preferito arretrare fino al perimetro dell'area in cui erano state collocate le strutture e i mezzi da lavoro. 

Alla fine, temendo il peggio, hanno dovuto abbandonare anche questa posizione. Così, un gruppo di assalitori si è potuto introdurre nel cantiere, danneggiando gravemente tre camper, due gruppi elettrogeni, due macchine movimento terra e due container adibiti ad uffici. Nel tentativo di allentare la pressione e disperdere la folla sono stati lanciati alcuni lacrimogeni.

Alle 14.30 i manifestanti hanno iniziato ad allontanarsi, ma solo verso le 17.00 l'ultimo gruppo di 500 persone ha abbandonato l'area dirigendosi in corteo verso Susa. Alcune decine di dimostranti sono rimaste per attuare il "presidio permanente" attorno al container, sistemato nelle vicinanze.

Nel corso di questi incidenti sono rimasti feriti 17 operatori delle Forze dell'ordine, due manifestanti e un giornalista.

Una circostanziata informativa dell'accaduto è stata inoltrata all'Autorità giudiziaria, col deferitimento di una ventina di manifestanti, alcuni dei quali appartenenti all'area anarco-insurrezionalista, e altri a quella marxista-leninista. Ulteriori accertamenti sono in corso.

A seguito di quella informativa, la Procura della Repubblica di Torino ha avviato un procedimento per devastazione, danneggiamento, saccheggio e lesioni personali aggravate. La Procura ha anche disposto il sequestro del cantiere e delle attrezzature, sia per le finalità di indagine, sia per prevenire ulteriori reati. Lo stesso cantiere è ora affidato in custodia giudiziaria alle società appaltatrici ed è presidiato delle Forze di polizia.

Ricordo, infine, che come era già successo il 6 dicembre, anche l'8, il 9 e il 10 dicembre si sono svolte in varie città italiane altre manifestazioni di sostegno alla protesta della Val di Susa.

Certamente la protesta dell'8 dicembre è andata ben oltre la prevedibile veemenza.

Quel giorno, infatti, i confini tra manifestanti pacifici e gruppi eversivi sono caduti; e nella fase conclusiva della manifestazione la commistione tra gli uni e gli altri è arrivata a tal punto da indurre le Forze dell'ordine a rinunziare alla difesa del cantiere di Venaus per evitare incidenti di imprevedibile gravità.

E quali fossero i rischi lo dimostrano i 17 tra feriti e contusi delle Forze dell'ordine, nonché le devastazioni subite dal cantiere TAV e dai mezzi della Polizia e dei Carabinieri.

Tutto ciò chiarito, io non ho alcuna difficoltà a scusarmi con i cittadini pacifici della Val di Susa che hanno subito danni fisici in occasione dello sgombero del cantiere di Venaus.

Ma scuse egualmente sentite mi attendo da quanti hanno costretto gli uomini della Polizia di Stato e dell'Arma dei Carabinieri ad affrontare   massacranti turni di lavoro e subire ogni sorta di aggressione verbale e fisica. Quei poliziotti e quei carabinieri sono gli stessi che negli ultimi due anni e mezzo hanno garantito, a prezzo di molti sacrifici, il diritto costituzionale di esprimere pacificamente le proprie opinioni in ben ventimila manifestazioni di piazza.

Essi meritano non solo scuse, ma solidarietà e gratitudine.  

Onorevoli Colleghi,

dopo la riunione di sabato scorso a Palazzo Chigi, il clima si è rasserenato e un dialogo difficile ma costruttivo si è aperto tra tutti i vertici istituzionali che sono chiamati a governare questa tormentata vicenda.

Ciò si deve all'iniziativa del Presidente del Consiglio, al senso di responsabilità del Sindaco di Torino, del Presidente della Provincia e del Presidente della Regione Piemonte e, in misura rilevante, anche alla buona volontà dimostrata da tanti amministratori locali della Val di Susa.

I rischi di ulteriori violenze, in Valle, a Torino ed altrove, non sono tuttavia scongiurati. Ancor oggi, infatti, serpeggiano propositi di rivalsa specialmente nei confronti di coloro che si sono aperti al dialogo e alla leale collaborazione tra le istituzioni.

Perciò le Forze dell'ordine e i Servizi di informazione terranno alta la vigilanza e prudente la loro condotta, ben avvertendo la necessità, in questo periodo acuta come non mai, di salvaguardare il quadro generale della sicurezza e dell'ordine pubblico.

Echi allarmanti dei disordini in Val di Susa sono già arrivati sulla stampa internazionale, che guarda con comprensibile attenzione anche alle imminenti Olimpiadi invernali.

Sulla sicurezza di questo evento, specialmente per quanto concerne il terrorismo internazionale, ribadisco le valutazioni che ho espresso alla Camera dei deputati nella seduta  del 2 dicembre scorso. Posso aggiungere che, fino ad ora, non abbiamo colto, né in Italia né all'estero, alcun apprezzabile segnale di minaccia esterna.

Per altro, l'articolato ed efficiente dispositivo di sicurezza posto in essere per le Olimpiadi della neve offre il massimo delle garanzie rispetto alle non trascurabili minacce dell'estremismo e del terrorismo interno.
     
In questi giorni, Onorevoli Colleghi, ho ascoltato con pazienza e rispetto critiche e accuse non sempre rispettabili. A queste ultime, va da sé, non rispondo. Alle altre credo di aver già risposto, ovvero, se vorrete, di poter rispondere a conclusione del dibattito.

E comunque, desidero riaffermare qui l'obiettività delle analisi compiute, la coerenza della mie decisioni e la correttezza delle conseguenti scelte operative delle Forze di polizia.





   
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