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Interventi e interviste

2007 - Interventi - Altre

06.12.2007

'Processi di integrazione e mantenimento dell’identità di Roma in una società multietnica'

Intervento del capo Dipartimento libertà civili e immigrazione Mario Morcone

ISTITUTO NAZIONALE DI STUDI ROMANI

Roma, 4 dicembre 2007

Desidero innanzitutto salutare i presenti e gli illustri relatori che prenderanno parte ai lavori di oggi e alla sessione di domani.
Consentitemi inoltre di portare agli organizzatori ed a tutti gli invitati i saluti del Ministro Amato, che non ha potuto essere qui perché trattenuto da impegni.

La riflessione dettata dal tema di questa due giorni di incontro evoca non solo la questione della identità - forse sarebbe più corretto dire delle identità - che si mescolano e si mettono in gioco con ritmo sempre più accelerato nelle nostre Società, ma vuole far emergere il ruolo, in questo contesto, che potranno svolgere nel “processo verso una società multi etnica”, le grandi capitali europee ed internazionali come Roma.

Ma anche come Milano, che proprio lo scorso 5 novembre ha ricevuto il testimone da Rotterdam quale capitale europea dell’integrazione per l’anno 2008, nell’ambito di un progetto (Integrating cities), che mette in contatto la Commissione Europea ed alcune tra le più importanti città europee nel tentativo di tracciare un solido cammino comune sulla strada dell’integrazione.

Perché è a noi tutti chiaro che queste ultime sono in prima linea non solo in quanto poli di maggiore attrazione nella grande mobilità migratoria, che sta ridisegnando il volto - ed i colori, se mi consentite - delle nostre città, ma perché sono in un certo senso i veri “laboratori” delle comunità del domani.

Laboratori dove le tradizioni culturali, sociali e religiose delle più diverse origini sono chiamate a riconoscersi ed a rispettarsi, in un sistema di valori che si apre progressivamente al nuovo, senza sacrificare le radici secolari su cui abbiamo fondato le nostre civiltà.

A questo proposito, mi viene in mente la forte affermazione del Professor Alain Touraine – sociologo di fama internazionale – nel corso del convegno organizzato a Firenze, dal mio Dipartimento, in collaborazione con l’Associazione dei Comuni d’Italia lo scorso 21 e 22 settembre.

In quell’occasione, il Professor Touraine suggeriva di “affrontare i nostri problemi di diversità culturale e sociale ricordando che gli esseri umani non sono tanto una comunità quanto un “Universale”.

Evidenziando così che “ciò che ci deve guidare, nell’azione e nel pensiero, è non solo la convinzione, ma anche l’esperienza immediata che, in ogni essere umano, c’è qualcosa che ritrovo anche in me, nell’altro, in noi tutti ”.

E’ il concetto di alterità: che meglio ci può guidare nella nostra analisi rispetto al concetto di diversità, consentendoci di “vedere noi stessi nell’altro, con la consapevolezza che pur essendo altri siamo comunque gli stessi, con eguale dignità”.

In questo spirito e lungo questa linea di pensiero è nata al Ministero dell’Interno la “Carta dei Valori”, sotto la direzione scientifica del Professor Cardia, e con la partecipazione di illustri studiosi di diverse culture e religioni.

Con la Carta dei Valori si è voluto dar vita ad un difficile sforzo di sintesi e comprensione tra le diverse anime e culture oggi rappresentative della nostra società multietnica, per “collocare le differenze, di cui gli immigrati sono portatori, all’interno di un quadro unitario di valori fondamentali condivisi, in grado di salvaguardare la sostanza della nostra tradizione culturale e religiosa, i nostri valori costituzionali e di riuscire ad accettare nello stesso tempo le altre culture e le altre religioni”.

La Carta, dunque, “si muove nell’ottica dell’ integrazione interculturale, delineando e confermando i valori di base della società italiana e garantendo il rispetto e la promozione di quelle diversità che non collidono con tali valori, ma possono evidentemente contribuire ad alimentarli ed arricchirli”.

Di fronte ad un fenomeno migratorio che, come abbiamo più volte detto, non ha profili congiunturali, ma pone concretamente il problema di una rivisitazione dell’idea stessa di comunità, dobbiamo fino in fondo percepire che, inevitabilmente, la nostra società non sarà più etnicamente omogenea come un tempo.

Giusto, quindi, interpretare questa necessità attraverso la difesa dei principi e dei valori delle Carte Internazionali dei diritti umani, dei diritti di libertà e dei diritti sociali, universalmente riconosciuti e racchiusi nei dettami fondamentali della Costituzione Italiana.

Giusto, però, anche difendere tali principi pretendendone il massimo rispetto dai cittadini stranieri ed italiani, in un’ottica di responsabilità collettiva che non consente deroghe interpretative, a meno di non alimentare un “relativismo” improduttivo che ci spingerebbe inesorabilmente e nuovamente dentro antichi e superati steccati identitari.

Ma per realizzare efficaci e condivise politiche dell’integrazione, non dobbiamo dimenticare che la vera sfida è quella di fornire effettività al riconoscimento dei diritti ed al rispetto dei doveri , e che diverse sono le strade da percorrere e diversi i problemi ancora da affrontare con determinazione.

Problemi che hanno a che fare, da un lato, con sentimenti di persistente e diffusa diffidenza nei riguardi delle sfide di una Società aperta e dell’accoglienza, ma anche, dall’altro, con i meccanismi complessi dei nostri sistemi ordinamentali - comunitario e nazionale – non sufficientemente flessibili per rispondere alle continue sollecitazioni dei mutamenti epocali che stiamo vivendo.

E quest’ultima esigenza cominciamo ad avvertirla in maniera particolarmente pressante ogni volta che i processi del cambiamento ci pongono di fronte a questioni che toccano più da vicino il tema delle garanzie e dei doveri connessi alle libertà individuali e collettive.

Sappiamo che, secondo gli obiettivi politici prioritari che si è data l’Unione Europea, la scelta oggi non è più tra immigrazione “sì” o immigrazione “no”, ma tra immigrazione “ben regolata” e immigrazione “mal regolata”.

Ma sappiamo anche che il nostro Paese ha cominciato a confrontarsi solo di recente, e cioè a partire dagli anni 90, con un fenomeno migratorio dal forte impatto sociale. Mentre altri paesi europei di più lunga tradizione in questo campo - pensiamo alla Francia, alla Germania ed all’Inghilterra - hanno tradizioni multi culturali già sperimentate in modelli di integrazione sociale.

Se infatti ripercorriamo, insieme agli amici della Caritas, gli ultimi 20 anni di rilevazioni sul dato della presenza di immigrati in Italia, troviamo che essi erano più di 500.000 nel 1987, sono raddoppiati a 1.000.000 circa nel 1997, per poi arrivare ai 3.500.000 di quest’anno.

Sono per noi tutti dati ed esperienze utili, ma anche testimonianza di approcci parziali e, da soli, forse non più rispondenti alla complessità degli scenari attuali ed ai nuovi obbiettivi che vanno invece conseguiti con un “ approccio globale” al fenomeno.

E tuttavia, credo di poter dire che abbiamo imboccato una strada giusta, se è vero che le ragioni contingenti della politica interna non fanno apprezzare sino in fondo quello che, invece, a livello europeo, ci viene riconosciuto da recentissimi studi della Commissione Europea.

Mi sto riferendo, e forse molti di voi già lo conoscono, al rapporto MIPEX 2006, (Migrant Integration Policy Index) realizzato per conto della Commissione Europea dal British Council, che stabilisce, secondo accurate ricerche e dati verificabili, il livello di efficacia delle politiche di integrazione raggiunti negli Stati dell’Unione - esclusi i neo comunitari (Romania e Bulgaria) – ed in alcuni Stati terzi come il Canada, la Norvegia e la Svizzera.

Ebbene, un posto di tutto rispetto viene assegnato all’Italia in questa graduatoria, stilata sulla base di 140 indicatori, che prendono in esame sei diverse macro aree di intervento politico: l’accesso al mercato del lavoro, i ricongiungimenti familiari, la partecipazione alla vita politica, l’accesso alla cittadinanza, la lotta contro la discriminazione ed il soggiorno di lungo periodo.

Infatti, tra le nazioni dell’area europea che attuano le migliori politiche di integrazione, l’Italia segue soltanto la Svezia, il Portogallo ed il Belgio, i Paesi Bassi e la Finlandia, oltre al Canada, e raggiunge quindi il 7 posto tra i 25 considerati.

Ma è la prima nel gruppo dei 5 paesi con il più alto tasso di popolazione immigrata (Regno Unito, Francia Spagna e Germania).

In questo contesto generale, le linee di azione e gli interventi che il nostro paese intende elaborare sono ben delineate nel “documento programmatico sulla politica dell’immigrazione e degli stranieri nel territorio dello Stato per il triennio 2007/2009”.

O O O O O O

Il primo degli strumenti su cui fondare un solido progetto interculturale a mio giudizio deve essere individuato nell’istruzione.

La scuola è dunque il luogo centrale per la costruzione e la condivisione di regole comuni, in grado di trasmettere conoscenze e saperi indispensabili ad una educazione orientata a favorire il dialogo ed il reciproco arricchimento.

Sappiamo che la concentrazione di alunni stranieri è molto più elevata nelle aree del Centro-Nord del Paese ed investe non solo le grandi metropoli ma anche città di più ridotta dimensione, specialmente nel Nord-Est.

Fonti del Ministero dell’Istruzione registrano, nel triennio 2004-2006, un incremento di alunni con cittadinanza non italiana di circa 60.000 unità l’anno, arrivando nell’ultimo anno di riferimento a costituire il 5% circa dell’intera popolazione scolastica.

La presenza di alunni stranieri di diverse etnie è dunque da qualche anno un dato strutturale per il nostro sistema per cui la sfida, oggi, non è soltanto affidarsi alle c.d. “Best Practices” - che in alcune Regioni già consentono di sviluppare programmi di formazione mirati anche ai diversi livelli di cultura e tradizione dei gruppi di provenienza – quanto, piuttosto, quella di elaborare un sistema complessivo che apra i nostri modelli didattici alla “scuola delle cittadinanze” e della “interculturalità” in tutto il Paese.

Si tratta dunque di porre le basi per un nuovo mondo ed un nuovo modo di sentirsi cittadini, destinando, senza paure, maggiori risorse in questo settore.

La promozione della buona conoscenza dell’italiano scritto e parlato è chiaramente uno degli obiettivi iniziali e prioritari del percorso verso l’integrazione, oltre che un antecedente logico del successo scolastico.

La nota ricerca commissionata dal Ministero dell’Interno alla Makno rivela che la lingua italiana è parlata dal 30 % degli immigrati e che, tra questi, il 75% lo parla con buone capacità espressive; e rivela anche che il 60% degli immigrati sa parlare almeno un’altra lingua oltre alla propria ed all’italiano, con prevalenza dell’inglese, seguito dal francese.

Si tratta di dati significativi di un radicamento crescente sul nostro territorio delle famiglie immigrate, ma nei quali emerge anche che spesso i genitori non hanno le medesime conoscenze di base dei figli, determinando un disorientamento dove, in particolare le madri, temono di sentirsi escluse dai processi decisionali riguardanti la vita ed il futuro dei figli stessi.

Occorre, quindi, se non si vogliono determinare atteggiamenti di chiusura delle famiglie, non dimenticare di estendere anche ai genitori le conoscenze essenziali della lingua.

Anche in questa fotografia dell’esistente, trova nuova conferma la validità di un approccio complesso verso tutti i problemi che attengono all’integrazione, i quali, se affrontati con strategie rivolte ad una sola faccia della questione, non produrranno risultati proficui, ma dispersione di risorse.


Ma non di minore impatto è una politica della casa che consenta un accesso possibile soprattutto nelle grandi aree urbane, dove più alto è il rischio di marginalizzazione.

E’ noto che per motivi culturali, ma al tempo stesso di opportunità di lavoro, un numero consistente di lavoratori stranieri tende a concentrarsi nelle grandi aree urbane dove, naturalmente, è ancora più difficile dal punto di vista economico l’accesso ad una abitazione dignitosa.

Dunque un passaggio stretto, ma necessario, è quello di una adeguata politica che per un verso non costituisca ghetti nelle periferie e che tenga conto, peraltro, del disagio diffuso anche di fasce marginali di cittadini italiani.

Non sta a me ricordare gli avvenimenti di questi ultimi giorni che ripropongono Parigi alla ribalta delle cronache, e verso i quali si leva la riflessione preoccupata di un attento osservatore di cose italiane ed europee, qual è Ilvo Diamanti.

Su un quotidiano nazionale, domenica scorsa, Diamanti evidenziava che il rischio di emarginazione esiste anche nelle nostre grandi città; a tal fine elencava Milano, e la rivolta nel quartiere cinese; Roma, e la vicenda dell’aggressione della cittadina italiana da parte del Rom delle baracche di Tor di Quinto; Napoli, ed il degrado del quartiere Scampia, che da riduttivamente può essere ascritto solo alla presenza della Camorra.

Ecco perché bisogna accelerare nella direzione del sostegno concreto di iniziative ad immediato impatto sociale, che si affianchino o sviluppino i diversi interventi che già sono posti in essere dal Ministro Ferrero e dal Ministero della Solidarietà Sociale.

Tra queste permettetemi di ricordare quelle co-finanziate dal Dipartimento delle Libertà civili, (per un importo complessivo di 10 milioni di euro individuate sui fondi della riserva lire U.N.R.R.A), e realizzate prevalentemente dai Comuni italiani – ma anche dalle Province ovvero da associazioni che si confrontano all’interno dei Consigli territoriali per l’Immigrazione – le quali consentiranno di realizzare strutture sanitarie, abitative e scolastiche, servizi di intervento sociale e di orientamento professionale in ben 56 capoluoghi.

Collegato al problema della casa, ma non solo, è il terzo strumento relativo ad un più ampio accesso a forme di credito agevolato su tutto il territorio nazionale.

Alcune iniziative sono partite, promosse da alcuni importanti istituti di credito, diretti soprattutto al finanziamento per l’acquisto della casa o per la ristrutturazione di alloggi, ma sono ancora progetti spontanei che hanno la necessità di essere messi a sistema, in una rete più vasta che coinvolga tutte le istituzioni che gestiscono il risparmio nel nostro Paese.

Questo, oltre ad essere un fattore di promozione dell’integrazione e di sostegno per chi si inserisce regolarmente in Italia, è anche un programma di trasparenza nella movimentazione delle risorse prodotte dai lavoratori stranieri.

La chiave dell’ultima porta da aprire, per realizzare il logico percorso qui immaginato, appare l’acquisizione della cittadinanza.

Il dibattito è aperto sia a livello interno sia nel confronto con i diversi sistemi adottati dai paesi che sono i nostri partners principali.

Va rilevato però che il terreno è scivoloso, anche se va affermandosi un nuovo concetto che supera le concezioni radicate di stampo etnico-territoriale, in favore di una cittadinanza aperta, socio culturale, connessa piuttosto all’effettivo inserimento economico e sociale raggiunto da coloro che intendono stabilirsi nel nostro paese.

Non è un caso che la discussione sul disegno di legge governativo, raccogliendo numerosi contributi dalle forze politiche e andata poi a trasformarsi, data la delicatezza e la trasversalità del tema, in iniziativa parlamentare. 

O O O O O

Un ruolo di grande rilievo in questo quadro è riservato all’informazione e ai media, qualche volta troppo condizionati dalla spettacolarità di fenomeni, anche drammatici, che tuttavia sono di minore incidenza rispetto ad un tema di questa dimensione e complessità.

L’impegno comune ritengo debba essere quello di non inseguire sempre l’episodio di cronaca, emotivamente di più facile presa sull’opinione pubblica, né affidare i giusti ed equilibrati approfondimenti a forme di comunicazione troppo specialistiche, peraltro, in molti casi, relegate in fasce orarie di difficile accesso a tutta la platea di fruitori.

Ad esempio di quanto detto, è appena il caso di sottolineare come non sia ancora pienamente metabolizzata nell’opinione pubblica la differenza sostanziale tra coloro che vengono nel nostro paese per trovare più accettabili condizioni di vita, rispetto ai richiedenti asilo o protezione umanitaria, che arrivano spinti dalla necessità di fuggire condizioni di persecuzione o compressione dei diritti fondamentali nel proprio paese.

Su questo punto, vorrei far cenno in maniera sintetica alla questione del recepimento delle direttive comunitarie, anche per indicare le direttrici attraverso le quali l’Amministrazione dell’Interno sta operando in vista della creazione di un diritto di asilo comune a livello europeo.

Si tratta della direttiva 2004/83/CE – in materia di “Norme minime sull’attribuzione, a cittadini di paesi terzi o apolidi, della qualifica di rifugiato…” e di quella 2005/85/CE, concernente “l’armonizzazione delle procedure applicate negli stati membri”.

Il Ministero dell’Interno ha proceduto alla predisposizione di due schemi di decreto legislativo che, approvati dal Consiglio dei Ministri il 9 novembre ed entreranno in vigore entro il corrente anno.

In estrema sintesi, con l’approvazione della prima direttiva c.d. “qualifiche”, saranno espressamente assicurati criteri comuni per il riconoscimento della protezione ed un livello minimo di prestazioni negli Stati membri, attribuendo un riconoscimento normativo comune al principio del “non refoulement”


In altri termini la direttiva introduce espressamente la fattispecie della richiesta generale di protezione internazionale, affidando all’autorità preposta in ogni Stato la scelta di riconoscere:

- lo status di rifugiato, se le persecuzioni addotte dal richiedente ricadono sotto le previsioni della Convenzione di Ginevra;
- la “protezione sussidiaria”, laddove si provi che, pur non sussistendo i presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato, possano derivare gravi conseguenze dal rimpatrio del richiedente.

Vengono così introdotti nella legislazione positiva le nozioni di responsabili della persecuzione o del danno grave, viene specificato, tra i motivi di persecuzione, il contenuto dell’appartenenza ad un “determinato gruppo sociale”, viene ribadito l’elemento fondamentale rappresentato dal carattere individuale della vicenda della persecuzione, anche con riferimento alle stesse garanzie procedimentali che devono sussistere sia nell’esame dei presupposti per il riconoscimento sia nella valutazione delle ipotesi di cessazione.

Tra gli altri punti salienti del testo che recepisce la direttiva “qualifiche”, nell’accogliere tutti i principi contenuti nella direttiva comunitaria, la stessa risolve alcuni dubbi interprativi, quale quello legato all’attribuzione della protezione internazionale anche nelle ipotesi in cui il rischio di persecuzione ovvero di danno grave sia sorto successivamente alla partenza del richiedente dal paese di origine.

Ultimo elemento rilevante ritengo possa essere rinvenuto nella durata dei conseguenti permessi di soggiorno che per il titolare dello status di rifugiato sarà di cinque anni, rinnovabile, e per il titolare della protezione sussidiaria, di tre anni, rinnovabile previa verifica delle condizioni che ne hanno giustificato il rilascio; quest’ultimo consentirà l’accesso allo studio ed allo svolgimento di attività lavorativa, oltre ad essere convertibile in permesso di lavoro.

Tra le innovazioni principali introdotte dalla normativa di recepimento della seconda direttiva, relativa alle procedure, deve essere citata la previsione generale finalizzata a garantire effettività al diritto inviolabile alla difesa sancito dall’art. 24 della Costituzione italiana, - nonché all’orientamento della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo – attraverso la sospensione degli effetti della decisione negativa impugnata a seguito del ricorso davanti al giudice ordinario.

Altre rilevanti innovazioni rispetto al sistema attuale sono contenute nelle norme che disciplinano i casi di accoglienza e trattenimento dello straniero che ha presentato domanda di asilo, tutte ispirate alla piena applicazione del principio generale secondo cui il richiedente non può essere trattenuto per il solo fatto di aver presentato domanda di asilo.

L’accoglienza è disposta per il tempo necessario all’esame della domanda, e comunque, per un periodo non superiore a trentacinque giorni.

Le modalità di permanenza nel centro sono demandate al regolamento di attuazione della legge, sulla base di previsioni contenute nella legge stessa che assegnano al richiedente comunque la facoltà di uscire dal centro nelle ore diurne, e prevedono condizioni di ospitalità che garantiscano in ogni caso il rispetto della dignità della persona e l’unità del nucleo familiare.

Procedendo in tal senso arriveremo a ridisegnare finalmente l’intera procedura, anche alla luce delle esigenze che, anche in assenza della formalizzazione del recepimento del quadro europeo, sono comunque emerse in questi primi due anni in cui l’azione amministrativa si è fatta carico di sopperire al ritardo legislativo.

Infine, alcuni cenni al tema del resettlement, che dovrà rivestire in un futuro sistema comune europeo dell’asilo una rilevanza strategica.

In tale ambito, il Ministro dell’Interno ha valutato positivamente la richiesta, da parte dell’UNHCR, di reinsediamento nel nostro Paese di 39 cittadini eritrei, tra cui 26 donne sole e 2 minori non accompagnati, riconosciuti rifugiati sotto mandato internazionale dell’UNHCR e bisognosi di immediata protezione.

Il mio Dipartimento ha deciso, pertanto, di attuare in via sperimentale tale programma, attuando un primo progetto - denominato “Oltremare”-, operando il trasferimento di tali rifugiati, garantendo loro uno status, una residenza permanente e dei percorsi di protezione, accoglienza e integrazione.

Per le attività inerenti l’accoglienza e l’inserimento sul territorio italiano dei predetti rifugiati è stato attivato un rapporto specifico di partenariato con la Provincia di Rieti e con il Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR).

Con tali soggetti sono state siglate apposite convenzioni per l’erogazione di servizi di accoglienza, di supporto psico-socio-sanitario, di sostegno nell’accesso ai servizi sul territorio, di orientamento e assistenza sociale, compresi corsi di alfabetizzazione e di lingua italiana, di servizi di mediazione socio-culturale e di interpretariato, di informazione legale, di supporto nella ricerca di opportunità lavorative, attraverso corsi di formazione professionale finalizzati all’inserimento lavorativo.



IL SISTEMA DI ACCOGLIENZA ITALIANO

Proprio in relazione alla necessità di costruire percorsi di integrazione per i richiedenti asilo e riconosciuti rifugiati, lo SPRAR (Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) oggi offre, per la elevata qualificazione raggiunta, la misura della capacità di accoglienza dimostrata dal nostro Paese, ragion per cui è possibile parlare di “un modello italiano”.

Ed infatti, l’architettura dell’accoglienza sul territorio è stata realizzata dal Ministero mediante un sistema che, da un lato, prevede l’erogazione di contributi in favore dei progetti presentati dagli enti locali; dall’altro, con la convenzione ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) – attraverso il Servizio centrale – effettua un sistematico monitoraggio sulla presenza dei richiedenti asilo, sugli interventi realizzati e la loro efficacia; e promuove altresì programmi di rimpatrio in collaborazione con l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM).

Grazie alla positiva esperienza maturata, è stato possibile inoltre sviluppare percorsi di accoglienza diretti a categorie di soggetti più vulnerabili, in particolare modo i minori non accompagnati richiedenti asilo, le cui procedure di asilo sono estremamente snelle e prevedono l’immediato inserimento nei centri di accoglienza dello SPRAR.

In definitiva, nel 2006 di fronte ad una capacità ricettiva del sistema di 2.428 posti di accoglienza sono stata accolte 5.347 persone, con un aumento di quasi il 20% rispetto alla capacità ricettiva del Sistema nell’anno precedente. Un consistente incremento è previsto anche quest’anno.

I beneficiari del sistema sono stati nel 2006 soprattutto titolari di protezione umanitaria (43%), seguiti da richiedenti asilo (42%) e dai rifugiati (14%). Sono stati erogati nel complesso ai beneficiari 9 tipologie di servizi per un totale di 31.988 interventi, con una media di 6 interventi per beneficiario.

Complessivamente risultano accolti nei progetti del sistema beneficiari appartenenti a 75 diverse nazionalità, con una forte predominanza (67%) di origine africana: i paesi più rappresentati all’interno del sistema sono infatti Eritrea, Etiopia, Somalia e Togo. 

CONCLUSIONI

Consentitemi infine di concludere con una riflessione personale.

Dobbiamo constatare più o meno dappertutto che in Europa una politica fatta solo di contrasto ai flussi clandestini, di accordi di riammissione o di centri di detenzione non ha prodotto risultati soddisfacenti.

Questo non vuol dire che tali strumenti non possano servire, ma vanno accompagnati sempre più con politiche di apertura verso i Paesi terzi, offrendo possibilità di ingressi legali compatibili con la capacità di accoglienza e di integrazione del paese ospite.

Ma nel contempo l’Unione Europea deve dimostrarsi nelle sue scelte fondamentali compatta e consapevole della necessità di un approccio di responsabilità comune verso una corretta politica migratoria che è come una bilancia in equilibrio.

In questo percorso, a vario titolo, c’è lavoro per tutti: per i servizi dell’immigrazione come per la polizia, per le associazioni di volontariato come per le autorità locali, per i diplomatici come per le organizzazioni internazionali.

L’importante è riuscire a fare sistema per fronteggiare la sfida affascinante che la migrazione ci pone davanti: come sarà il futuro delle nostre società.






   
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