Interventi e interviste
Interviste - Sottosegretario Alfredo Mantovano
06.07.2011
La Tav è solo una scusa, i pm lo sanno?
Intervista del sottosegretario Mantovano al quotidiano Il Secolo d'ItaliaIntervista di Gloria Sabatini
Basta un fischio (metaforico) sulla rete e i violenti di professione, gli anarco-insurrezionalisti, accorrono: che sia un cantiere per l`Alta velocità, un centro per gli immigrati, una centrale nucleare è lo stesso. Passamontagna, molotov, bazooka, magari artigianali, si tuffano nella protesta di piazza in cerca dello scontro. «La loro ragione sociale è l`opposizione al potere costituito e alle istituzioni». A tre giorni dalla guerriglia in Val di Susa, Alfredo Mantovano non ha dubbi sulle dinamiche di un film già visto.
II bilancio degli scontri è pesante: Maroni parla di reato di tentato omicidio,il palazzo si straccia le vesti, i manifestanti prendono le distanze dagli infiltrati. Che succede, torna l'incubo dei black bloc?
«Intanto dobbiamo distinguere. Esiste una fascia di soggetti, i cosiddetti anarco-insurrezionalisti che prendono denominazioni diverse a seconda dello Stato dove operano. Tra di loro c`è una rete e un target, esiste cioè la voce "contrasto contro l'immigrazione clandestina", oppure centri di permanenza, grandi opere, centrali operative».
Sono i loro allarmi?
«Parole chiavi per attivarsi. Le varie Val di Susa rappresentano un pretesto per muoversi a prescindere dagli argomenti. Purtroppo, come è accaduto per la Tav, da parte di chi ha motivi legittimi di protesta c'è un atteggiamento di accondiscendenza verso un'avanguardia considerata "efferevescente"».
E invece?
«Dovrebbero isolarli prima di trovarseli dentro. Non sempre, ma in Val di Susa l'atteggiamento generale dei manifestanti è stato di vicinanza, senza rendersi conto che sono loro i primi a venire danneggiati da queste presenze. A questi movimenti interessa solo che ci sia il problema per poterlo cavalcare in forma violenta. Non sempre l'operazione riesce, a dicembre, per esempio, nelle proteste studentesche contro la rifomma la presenza degli esterni fu quasi inesistente. Allora lo spontaneismo violento dei minorenni in piazza ha disorientato i professionisti delle violenze, ricordo l'atteggiamento di distacco di Caruso di fronte a quei ragazzini...»
A ogni escalation si denuncia la fiammata "episodica" e tutti cadono dalla nuvole, ma tanti episodi fanno un fenomeno. In che direzione si muove il Viminale?
«Nella prevenzione e nella sicurezza il ministero dell'Interno è chiamato a tenere conto di un equilibrio precario e delicato, lo si capisce dai numeri: quando abbiamo 200 feriti tra i poliziotti e pochissimi tra i manifestanti, significa che le forze di polizia mantengono un atteggiamento di prudenza e grande professionalità».
Con qualche eccezione...
«Guardi, proprio a partire dall'esperienza tragica del G8, la risposta delle forze dell'ordine ha fatto passi giganteschi: da allora si sono raffinati i corsi mirati all'ordine pubblico. Nella prevenzione rientrano anche i contatti che gli uffici della Digos attivano con i protestanti alla vigilia delle manifestazioni. Ma è chiaro che questo tipo di lavoro preliminare incontra dei limiti...».
Difficile dialogare con chi sta confezionando bottigliette all'ammoniaca...
«Appunto. Ma nel sistema di sicurezza una componente importantissima è costituita dalla risposta giudiziaria. Basta vedere il risultato delle denunce e degli arresti a seguito dei disordini del 14 dicembre scorso, un nulla di fatto. Possibile che tutti i poliziotti si siano sbagliati?».
Sta dicendo che i giudici non fanno il loro dovere?
«Dico che è l'anello debole della catena».
Indagini distratte? Simpatie rivoluzionarie?
«È inutile negare che c'è una componente ideologica nel considerare con un po' troppa indulgenza certi episodi. Ci sono certi
reati giustamente considerati gravissimi, come il falso in bilancio o la corruzione, su cui si concentano tutte le attenzioni
e reati sui quali si chiude un occhio, ma è altrettanto grave mettere a ferro e fuoco una città. Non voglio generalizzare, ma
è innegabile un certo perdonismo diffuso che porta a ritenere che certi gruppi alzino un po' il gomito ma 'in fondo può
succedere'. E questo non aiuta il sistema a trovare una soluzione».
Non mi dica che serve la "punizione esemplare"?
«Non esiste, per fortuna. Auspico invece una sanzione conforme al diritto e alla gravita, quando Maroni evoca il tentato omicidio, sottolinea il problema di fronte all'autorità giudiziaria portata a minimizzare e a edulcorare».
Non esagera?
«No, fa molto bene a centrare il problema. E a poco servono i dubbi di Bersani, "persino" il ministro dell'Interno sa che i reati li giudica il magistrato. Maroni fa bene a richiamare il sistema giustizia a fare la sua parte fino in fondo».
Tra pochi giorni ricorre il decimo anniversario della morte di Giuliani, teme che il clima si surriscalderà?
«Chi vuole un pretesto lo trova sempre. Ma, ripeto, dal luglio 2001 a oggi non sono trascorsi dieci anni, ma un'era geologica. Le forze dell`ordine hanno tradotto la propria esperienza in nuovi moduli operativi e professionalità. n compito degli altri, invece, è non immaginare che tutti i conflitti sociali si fronteggino con le misure di sicurezza».







