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17.02.2003
Monitoraggio delle iniziative attuate da enti pubblici e privati in favore dei minori soggetti a rischio di coinvolgimento in attività criminose
Relazione del Capo Dipartimento Libertà Civili e ImmigrazioneRoma, 17 febbraio 2003
RELAZIONE
Oggetto: Monitoraggio delle iniziative attuate da enti pubblici e privati in favore dei minori soggetti a rischio di coinvolgimento in attività criminose.
Com'è noto, la legge n. 216 del 1991 concernente "Primi interventi in favore di
minori a rischio di coinvolgimento in attività criminose", ha avuto come fine quello di
fronteggiare il rischio di coinvolgimento dei minori in dette attività da parte della
criminalità organizzata e, attraverso l'erogazione di contributi, ha inteso stimolare e sostenere
le iniziative volte alla realizzazione di azioni di prevenzione della delinquenza minorile ed
alla socializzazione dei minori incorsi in episodi di rilevanza penale.
In virtù di tale legge, questo Ministero ha usufruito dei contributi erogati dalla Presidenza
del Consiglio dei Ministri -Dipartimento per gli affari sociali- per la realizzazione di iniziative
progettuali volte ad attuare interventi di prevenzione del fenomeno in argomento.
La normativa, finanziata da ultimo con l'art. 12 della legge n. 285 del 28/8/1997,
-istitutiva di un apposito Fondo nazionale per l'infanzia e l'adolescenza presso la Presidenza del
Consiglio dei ministri-, ha esaurito la propria operatività con l'anno 1999 non essendo stata
rifinanziata per gli anni successivi; pertanto nell'anno 2000 l'attività di questa
Amministrazione si è limitata all'approvazione delle richieste di variazione ai progetti
presentati, approvati e finanziati nell'esercizio finanziario 1999.
Durante il periodo di operatività della citata legge n. 216 del 1991 questo
Dipartimento, nell'ambito delle proprie competenze, ha coordinato a
livello centrale ed ha finanziato
diversi progetti
presentati, per il tramite di codeste Prefetture-UU.TT.G., da enti pubblici e del privato
sociale.
Tra gli obiettivi da perseguire per l'anno 2002, Il Ministro dell'Interno ha indicato quello
del monitoraggio dell'efficacia degli interventi effettuati in favore dei minori esposti a rischio
di criminalità.
Per attuare tale direttiva, e allo scopo di conoscere gli esiti e l'impatto che i progetti
finanziati hanno avuto sul territorio, questo Dipartimento ha chiesto, con circolare n. 4 del
28 marzo 2002, a codeste Prefetture-UU.TT.G. di far conoscere le proprie valutazioni in ordine ai
risultati dei progetti realizzati nelle rispettive realtà territoriali, sia da parte di enti
pubblici che di associazioni private, queste ultime particolarmente attive nella conoscenza delle
dinamiche che causano i fenomeni di disagio e di emarginazione giovanile.
Da una disamina delle relazioni pervenute, seppure parziali, si possono tracciare gli
aspetti più rilevanti ed omogenei emersi in sede di monitoraggio.
Nel periodo preso in considerazione (1995-1999) sono state intraprese, a livello
territoriale, iniziative progettuali ad ampio raggio, come l'apertura di centri d'incontro per
minori ed adolescenti laddove gli spazi di ritrovo e di socializzazione erano scarsi o
assenti, l'istituzione di comunità di accoglienza per i minori allontanati temporaneamente
dall'ambito familiare e per i minori extracomunitari soli, interventi a sostegno delle
famiglie anche dopo il reinserimento del minore a seguito dell'eliminazione della situazione di
rischio che ne aveva determinato l'allontanamento e per l'assolvimento degli obblighi scolastici.
I destinatari dei contributi erogati sono stati in prevalenza i Comuni, ma anche gli istituti
religiosi, i centri sociali, le associazioni di volontariato.
Molto sentita è stata la necessità di ricercare una collaborazione tra i vari attori pubblici
e privati che si occupano dell'infanzia e dell'adolescenza, e per la concertazione di una politica
unitaria e di un sistema integrato di interventi a favore dei minori in difficoltà.
Gli enti che hanno usufruito dei contributi hanno curato, anche con il coinvolgimento di
altre associazioni laiche e/o religiose e delle istituzioni pubbliche, la
realizzazione nei quartieri più a rischio di
luoghi di incontro e di socializzazione tra i ragazzi, e tra questi e gli adulti, offrendo
loro iniziative educative di qualità, valorizzando l'individualità e le potenzialità dei ragazzi,
trasferendo loro messaggi educativi e formativi utilizzando anche le moderne tecniche di
comunicazione, e talvolta il gioco come momento di apprendimento di regole e ruoli.
La scuola si è connotata sempre più come luogo fondamentale, non solo di istruzione, ma anche
di promozione del benessere dell'infanzia.
Molto importante è stata la cooperazione con gli istituti scolastici che hanno svolto un
ruolo propositivo per la realizzazione di progetti che prevedevano attività trasversali di recupero
del minore, di maggiore incidenza dei rapporti scuola ed extra-scuola, di attività mirate al
potenziamento dell'educazione ambientale.
Particolare attenzione è stata riservata al tempo libero che riveste, specie per gli
adolescenti, "una vera e propria dimensione esistenziale in cui gravitano vari e complessi
elementi, quali la pluriappartenenza a microcontesti differenti, la relativa mancanza di vincoli
materiali e sociali, la difficoltà di costruire una identità personale e sociale stabile.
L'aggregazione giovanile in "gruppi di pari" diviene, pertanto, ambito privilegiato di vita. Questa
condizione, se da un lato si presenta come maggiormente ricca di stimoli per gli adolescenti,
dall'altra comporta maggiori occasioni di rischio e di devianza".
Per tali motivi, la finalità di molti progetti è stata quella di garantire ai minori uno
spazio fisico e sociale idoneo ad impegnarli durante il tempo libero, di offrire loro
opportunità di incontro, di ascolto e di animazione, le cui iniziative hanno spaziato dallo sport,
ai viaggi, al mondo dello spettacolo, alla pubblicazione di giornalini o fumetti, e altro.
In molti Comuni sono stati istituiti centri ricreativi, soprattutto nelle zone più a rischio
dei quartieri periferici, con finalità di socializzazione, di educazione e di sostegno, e con
l'obiettivo di favorire forme di aggregazione spontanea e non emarginante, di prevenire il rischio
di devianza dei minori fornendo loro valori e contenuti più profondi, di impedire il costituirsi di
aree o di occasioni di rischio, di intervenire come prevenzione secondaria nei confronti di
soggetti che evidenziavano sintomi di adesione a modelli devianti, di avviare un rapporto costante
con le famiglie.
Molto apprezzata è stata la costituzione di ludoteche che hanno dato al minore e
all'adolescente l'opportunità di creare momenti di confronto e di scambio, sia tra coetanei
che tra ragazzi e adulti, per costruire attorno alle tematiche del gioco un rapporto fondato sul
confronto, sul rispetto delle regole, sulla collaborazione nella competitività propria di molti
giochi.
Una valida offerta formativa fondata sul gioco e sulla creatività ha costituito una efficace
alternativa alle sollecitazioni negative della strada.
Sono stati, altresì, creati laboratori, come quelli di falegnameria, di sartoria, di
giornalismo, di musica, teatrali, artigianali, fotografici, con l'obiettivo di avviare i ragazzi ad
una condizione professionale idonea all'inserimento lavorativo. Ciò ha consentito loro di
sviluppare e rafforzare le proprie capacità personali di espressione, di creatività e di
professionalità, di sperimentarsi rispetto agli impegni assunti, di dare un significato alla loro
attività e di mettere a frutto, anche nelle difficoltà, le proprie capacità individuali.
I minori provenienti da esperienze di vissuto negativo nei confronti della scuola, della
famiglia e del contesto sociale in genere, dove normalmente risultavano "perdenti" o "disturbanti",
hanno acquisito alcune competenze rivalutando ciò che di positivo c'era in loro e una maggiore
stima in se stessi che si è tramutata in una maggiore accettazione della scuola e della famiglia.
In alcune province, i finanziamenti sono stati utilizzati quasi esclusivamente per istituire
centri di accoglienza destinati inizialmente a minori in difficoltà, e successivamente a
minori extracomunitari privi di riferimenti familiari. Con l'attenuarsi dell'emergenza dovuta al
flusso migratorio ed ai minori in stato di abbandono, sono stati realizzati progetti finalizzati al
raggiungimento di una maggiore integrazione degli stranieri nella società, quali corsi di
alfabetizzazione, di conoscenza delle diverse culture e di utilizzo del tempo libero.
Tali centri hanno svolto un ruolo importante anche per tutte quelle situazioni di
minori in stato di grave disagio o di devianza sociale, costituendo un punto di riferimento
per coloro verso i quali si era reso necessario l'allontanamento temporaneo dalla famiglia di
origine, nonché una risorsa per i ragazzi più difficili inviati dall'istituzione
scolastica o dagli operatori dei distretti
sociali,
divenendo anche un filtro per le famiglie che vivevano in situazione di difficoltà e che
faticavano a relazionarsi con le istituzioni.
Grande interesse hanno suscitato quelle iniziative tese alla realizzazione di progetti che
hanno coinvolto i minori nomadi e le loro famiglie, come l'apertura di laboratori di
falegnameria che hanno suscitato grande partecipazione tra i ragazzi e di sartoria tra le
ragazze, inserendo in alcuni casi i giovani frequentatori nelle attività lavorative; l'avvio di
programmi di scolarizzazione, di integrazione dei rom nel tessuto sociale e di promozione della
conoscenza della storia, delle tradizioni e della cultura rom; la realizzazione di interventi
contro la dispersione scolastica e di sostegno fuori e dentro la scuola in favore dei ragazzi
nomadi.
I centri, unitamente alle parrocchie, alle cooperative sociali e ad altre istituzioni
coinvolte, hanno operato in contesti difficili, spesso caratterizzati da elevata disoccupazione dei
soggetti in età lavorativa, analfabetismo e bassa scolarità, marginalità urbana e culturale. In
tali realtà dette strutture hanno costituito per i nuclei del quartiere, e principalmente per i
bambini ed i giovani, un punto di riferimento stabile ed un ambito di socializzazione
positiva, tanto da indurre a mantenere in molti casi, anche dopo la conclusione del progetto,
attive ed efficienti le strutture e le attività già avviate, usufruendo dei finanziamenti previsti
dalla legge 285/97, da leggi regionali o con oneri a carico del bilancio comunale.
L'obiettivo generale dei progetti e degli interventi effettuati è stato quello di incidere
nel contesto della povertà culturale, proponendo al minore scelte educative non violente, fondate
sulla centralità della persona accolta con tutta la sua storia, in un'ottica
relazionale non sostitutiva della famiglia, ma di sostegno alla stessa.
Nelle relazioni pervenute è stato evidenziato come il rapporto che codeste
Prefetture-UU.TT.G. hanno instaurato nel corso degli anni di applicazione della legge 216/91
con gli Enti attuatori dei progetti, si sia concretizzato in un'attività di consulenza, di
coordinamento e d'impulso.
Il mancato finanziamento della legge 216/91 ha affievolito quel rapporto di rete locale
creatosi tra soggetti pubblici e associazioni del privato sociale, con il pericolo di
mortificare le professionalità acquisite e di disperdere le progettualità specifiche in un settore
così delicato; in molti casi i progetti realizzati successivamente al 1999
non hanno avuto una linea di continuità con i precedenti, privilegiando altre aree
d'intervento.
Com'è noto, la legge n. 285 del 1997 ha assegnato alle regioni ed alle province autonome di
Trento e di Bolzano, la realizzazione delle attività in materia di infanzia e di adolescenza,
usufruendo dei finanziamenti del Fondo nazionale per l'infanzia e l'adolescenza presso la
Presidenza del Consiglio dei ministri.
La successiva legge n. 449 del 27.12.1997 ha istituito il Fondo nazionale per le politiche
sociali, per le finalità legislativamente poste a carico del Fondo medesimo.
Secondo le disposizioni contenute nella legge finanziaria 2003, gli
stanziamenti affluiscono al Fondo senza vincolo di destinazione; compete al Presidente del
Consiglio dei ministri determinare, con proprio decreto, i livelli essenziali delle prestazioni da
garantire su tutto il territorio nazionale, nei limiti delle risorse ripartibili del predetto Fondo
nazionale e tenendo conto delle risorse ordinarie destinate alla spesa sociale dalle regioni
e dagli enti locali.
Alla luce dell'attuale normativa, quindi, spetta alle Regioni definire gli ambiti di
intervento nel settore del sociale, con l'auspicio che venga sempre mantenuto alto il livello di
attenzione sulle problematiche dei minori.
Tutto ciò premesso, nella speranza di aver apportato un apprezzabile contributo in termini di
partecipazione istituzionale, si ringraziano le SS.LL., unitamente alle persone ed agli enti
coinvolti, per l'attività svolta e per la professionalità e l'impegno profuso nella realizzazione
dei progetti.
IL CAPO DIPARTIMENTO
F.to dott.ssa Anna Maria D'Ascenzo






